“Se qualcuno possiede acqua in avanzo, e tuttavia la conserva pensando all’umanità̀, è perché́ ha raggiunto un livello morale che gli permette di andare oltre sé stesso e il proprio gruppo di appartenenza” (Fratres). Ma la Regione Piemonte ha approvato una norma, per porre sul mercato i 67 grandi invasi pubblici da assegnare al migliore offerente, per produrre energia e profitto. La destinazione della preziosa risorsa va in competizione con le necessità idropotabili e irrigue per il caso di emergenza. E espone l’acqua alle mire delle Corporation. 

Oltralpe, Veolià, il gigante assetato, ha acquistato le quote della concorrente Suez (29,9%) detenute da Engie. Si rafforza fagocitando il suo maggior competitor internazionale. Ma l’operazione è stata sospesa dal Tribunale di Parigi per ragioni di trasparenza. La Confederazione Generale del Lavoro di Suez, attraverso il Comitato aziendale europeo, ha proposto il ricorso per essere consultata; non fermerà l’acquisizione, ma sarà informata, ai fini della verifica della funzione sociale dell’iniziativa. Il Ministro dell’Economia e Finanze Bruno La Maire è il padre della “Legge Pacte”, che riforma il codice civile del 1804, di cui si chiede l’applicazione.  “L’azienda è gestita nel suo interesse sociale, tenendo conto delle problematiche sociali e ambientali della propria attività” cita il nuovo articolo 1833 co.2. Parte della dottrina assume che quest’approccio “segna una mancanza di fiducia nelle società […] un rifiuto dell’autoregolamentazione in Francia”. La Maire, dal canto suo, ha inteso orientare il Paese verso un capitalismo dal volto umano. In tal modo, ha espresso una chiara preoccupazione per la forza prevaricante esercitata dalle proprie Corporation entro i confini patri. Al di là, ci siamo noi per nulla preoccupati dell’esposizione delle nostre risorse fondamentali agli appetiti dei colossi dell’ambiente. 

Eppure le multinazionali galliche hanno già assunto il controllo di gran parte delle nostre fonti d’acqua. Siciliacque è al 75% di Idrosicilia, che è 100% di Veolià; la Sorical è al 46,5% di Acque di Calabria, che è 100% di Veolia. Acquacampania è al 47,9% di Vianini Lavori (gruppo Caltagirone socio di Suez) e 47,9% di Siba spa, che è 100% di Veolià.  Il Gruppo Acea, con Suez al 23,333%, è tentacolare: ha il controllo di oltre 1 milione di metri cubi d’acqua l’anno tra Lazio, Toscana, Campania, Molise e Umbria. È il primo gestore d’Italia. Le due multiutility francesi partecipano generalmente come soci di minoranza, in posizione celata talvolta, ma hanno il controllo delle aziende; i patti parasociali gli affidano la nomina dell’amministratore e gli Enti locali non riescono a influire sulle decisioni. Il Presidente della Toscana Giani ha denunziato questo fenomeno in Pubblicacqua (40% Acea) auspicando un ritorno alla gestione pubblica. Ma gli impianti regionali dell’ex Cassa del Mezzogiorno, le fonti, sono oramai sotto il loro controllo. 

E poi l’EIPLI, che gestisce le connessioni interregionali, che collega le fonti del Mezzogiorno con le città, è stato posto in liquidazione e col cd decreto crescita (art.24) privatizzato. È l’operazione auspicata dal Segretario del Distretto Appenninico, la Geologa Vera Corbelli, che punta ad aggregare tutte le gestioni del Meridione d’Italia nelle mani di un unico soggetto. 

La fusione di Veolià e Suez ci racconta il futuro. Nel frattempo, sono programmati investimenti per 180 milioni del Recovery su sette anni per la realizzazione di grandi adduttori, che percorrono la Toscana da sud verso nord, la cd autostrada dell’acqua. E se l’intenzione delle multinazionali controllate dallo Stato francese fosse appropriarsi materialmente dell’acqua, attraversare l’Emilia Romagna e il Piemonte non sarebbe una grande impresa atteso il radicamento della Veolià anche in queste regioni e l’assenza di resistenza. 

Oggi particolarmente esposti appaiono gli invasi destinati all’impiego idroelettrico e che in emergenza andrebbero orientati all’uso idropotabile e irriguo. In Umbria la proposta che Consigliere Thomas De Luca, che ha ipotizzato la creazione di un soggetto pubblico regionale per la gestione degli invasi e per destinare i 100 milioni di euro annui di utili alle comunità locali, resta isolata. Eppure in Piemonte, Utilitalia ha espresso preoccupazione e “la necessità di mantenimento in capo alla Regione dei pieni poteri decisionali sull’uso (anche plurimo) della risorsa idrica”. La Legambiente ha chiesto correzioni della proposta normativa, ma la più decisa è la posizione dei movimenti popolari (Forum dell’Acqua del Piemonte e Movimentoblu). Fratelli che il Papa chiede di coinvolgere per le determinazioni da assumere. Ma la Regione Piemonte ha tirato dritto verso il mercato, com’è avvenuto in Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, sacrificando la sovranità idrica e senza alcuna garanzia per la sicurezza nazionale. Eppure in Italia non è necessaria una riforma, è sufficiente non disattendere la Costituzione per la quale l’iniziativa privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza”.