La Corte costituzionale ha provato a fermalo nel 2015: le Regioni possono legiferare in materia di servizi idrici, ma non possono gestire l’acqua né affidare la gestione a terzi. La Sentenza 117 non lascia dubbi, le competenze sono dei Comuni riuniti nell’Ente d’ambito.
Il Presidente della Regione Campania De Luca, però, non molla e a cinque anni di distanza torna alla carica affidando la progettazione della ristrutturazione della Diga di Campolattaro alla società Acquacampania Spa. Diviene così perno delle politiche francesi di occupazione delle fonti d’acqua del centrosud Italia.
La società incaricata, infatti, è al 47,9% della Vianini Spa (società del gruppo Caltagirone entrato nel CdA della Suez cedendole quote di Acea) e 47,9% della Veolià; la Corporation straniera ha già la gestione di 96 km di condotte e gallerie dell’ex Cassa del Mezzogiorno, che portano acqua dalle fonti ai centri abitati e alle aree agricole. E con De Luca consolida la sua posizione.
Ma la presenza gallica nel settore idrico va ben oltre. I francesi hanno acquisito il controllo delle maggiori fonti e della distribuzione locale del centrosud Italia attraverso la Holding ACEA partecipata da Suez con la quale controllano gran parte delle Regioni Lazio, Toscana, Umbria e Campania; con 9 milioni di utenti è la prima azienda idrica d’Italia.
La Veolià, dal canto suo, controlla le fonti della Calabria attraverso la Sorical spa e quelle siciliane attraverso Siciliacque. La politica fa a gara, per accreditarsi presso i cugini d’oltralpe, ai quali stanno servendo la costituenda società unica del centrosud. I Governi locali perseguono un duplice obiettivo: per affidare l’intero sistema idrico del centrosud a un’unica società per azioni, hanno ideato un conflitto pubblico tra Regioni che dirimono con la soluzione programmata, ma non gradita ai territori, che chiedono il rispetto del referendum del 2011; per maturare un credito politico nei confronti del potere reale, ognuno punta a egemonizzare il passaggio di consegne ai francesi (in questo caso il conflitto è vero).
E il Presidente De Luca spicca per lo slancio col quale partecipa. Sta scalzando Michele Emiliano, che da anni tenta di assumere il controllo delle fonti della Campania, del Molise, dell’Abruzzo e della Basilicata, al quale rivolge il suo pensiero. “Siamo vicini agli amici della Puglia, ma nell’uso delle risorse non ci siamo” dichiara il presidente della Campania. In territorio Lucano ha sede l’Ente pubblico con le infrastrutture più ambite, l’EIPLI (Ente per l’irrigazione di Puglia Lucania e Irpinia) che gestisce le dighe e i grandi tubi, che trasportano l’acqua tra le Regioni. La Basilicata, attraverso l’assessore alle infrastrutture Donatella Merra, tenta anch’essa di accreditarsi e prova a dettare le sue condizioni ponendo un limite ai superpoteri esercitati dall’Autorità di Distretto Appenninico. Ma è un’azione priva di efficacia. Il Segretario generale, la geologa Vera Corbelli, opera da lungo tempo, per realizzare il progetto d’oltralpe di accorpamento delle gestioni del Mezzogiorno d’Italia con un processo graduale, impercettibile e che attraversa indenne ogni Governo. Mario Monti col suo Esecutivo nel 2011 dichiarò “Ente inutile” l’EIPLI, che, però, non ha mai smesso di gestire e manutenere le dighe, le traverse, le reti e il moderno sistema di telecontrollo. Per accelerare gli accorpamenti è intervenuto successivamente Renzi con lo Sbloccaitalia e poi Gentiloni, che ha fatto un timido passo in avanti.
Col Governo Conte 1 si concretizza un primo obiettivo: con l’art.24 del decreto crescita si liquida l’Ente “inutile” e si privatizza con la costituzione di una Spa a capitale pubblico. Da qui al subentro delle Corporation francesi, la storia c’insegna, il passo è breve. Mentre i Comuni esautorati nelle proprie funzioni organizzano azioni di resistenza col sostegno della popolazione, il Copasir lancia l’allarme: le multinazionali hanno assunto il controllo di settori industriali strategici e della politica generando un problema di sicurezza nazionale. La risposta del Governo, intervenuto sulla Golden Power, pare tiepida e fuori tempo massimo, se consideriamo che i francesi hanno già acquisito la gestione di gran parte delle fonti d’acqua del Meridione. Ma Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Consulta, indica la via da seguire: applicare l’art.43 della Costituzione in maniera diffusa, per riprendere il controllo dei nostri sistemi di produzione di ricchezza nazionale e difendere i diritti umani fondamentali.