La Francia è in subbuglio per l’acqua. Le comunità locali chiedono di gestire con oculatezza le falde idriche.  Per loro, le multinazionali producono disastri e lasciano i piccoli coltivatori a secco. Chiedono che il Governo inverta la rotta, ma la risposta non fa ben sperare. La violenza dilaga. In Italia la crisi idrica produce reazioni diverse. I processi sono più graduali e impercettibili. I Movimenti per l’acqua hanno agito pacificamente per tempo, la politica li ha snobbati e ora i notiziari sollevano i Governi da ogni responsabilità enfatizzando il ruolo dei cambiamenti climatici. 

Due modi sbagliati per affrontare lo stesso problema. Il 22 marzo a New York le Nazioni Unite hanno indicato la via da seguire. Lo fanno ogni anno attraverso i rapporti del World Water Assessment Programmme/UNESCO. Quest’anno il prezioso documento porta anche la firma dal Segretario Generale Guterres, un modo per provare a incidere maggiormente sulle politiche locali. Le analisi periodiche sono tematiche e dal 2018, grazie anche all’impegno del Consiglio Nazionale Forense, della Fondazione Univerde e dell’Istituto ISPA, il report è in italiano, oltre che nelle tre lingue ufficiali dell’ONU.

Le tecnologie compatibili con la natura sono state oggetto del primo approfondimento. Soluzioni integrate con gli ecosistemi, che consentono l’accumulo dell’acqua in falda e in superficie mediante l’abbandono graduale delle tecnologie grigie, quelle realizzate col cemento, e quelle ad alto impatto ambientale. Eppure, in Italia dilaga la dissalatorimania. Un mantra che prova a imporsi con la semplicità d’un messaggio, che crea l’apparenza d’una soluzione immediata e definitiva. Si tenta di ridimensionare la portata del loro impatto ambientale semplicemente non misurandola e semplificando le procedure autorizzative. È la voce delle multinazionali.

A Dubai si beve così e in Israele è stato possibile far fiorire il deserto. Ma l’Italia è ricca d’acqua, ha già il suo giardino e deve solo ben gestire, sostiene l’ANBI (associazione nazionale dei consorzi di bonifica) che prova a insufflare buon senso nella politica. E poi l’acqua dissalata è un prodotto industriale al pari di ogni altra bibita, non sarebbe più un diritto, ma una merce; vi potranno avere accesso solo coloro che sono dotati di capacità economica, per acquistarne, gli altri dovranno farne a meno.

Cosicché le Nazioni Unite suggeriscono di preservare l’acqua che ci dona la natura. Nel 2022 il report è stato centrato sulle falde idriche, l’acqua nascosta e invisibile; è particolarmente esposta all’inquinamento e agli eccessivi emungimenti. Rappresenta il 99% dell’acqua dolce del pianeta. I cittadini francesi provano a indurre il loro Governo alla ragionevolezza invitando a porre un limite ai prelievi delle multinazionali dell’agricoltura, che, condizionate dal profitto, potrebbero privarne le comunità e i piccoli coltivatori. Superato il limite di rigenerabilità, la falda non si ricostituisce più, può solo svuotarsi. In Italia la produzione industriale, le idromafie e le dispersioni, pregiudicano la disponibilità della preziosa risorsa, ma i report nazionali più autorevoli analizzano parzialmente le criticità e le soluzioni proposte paiono troppo condizionate da una logica economica e finanziaria.

Il tema dei temi è stato approfondito nel 2019, le discriminazioni. La pratica di negare l’accesso all’acqua per ragioni di sesso, religione, razza, etnia e appartenenza è diffusa sul pianeta. Una scelta disumana alla quale l’Italia non è estranea. Lo fa in maniera indiretta con norme, che colpiscono le fasce sociali più disagiate. Per legge è vietato allacciare le utenze idriche negli insediamenti informali e nei ripari di fortuna; quindi, rom, sinti, migranti e senza tetto, nei campi possono solo rubare l’acqua ed essere tacciati di furto. Il degrado e la povertà nei quali li spingiamo li costringe all’adozione di espedienti per la sopravvivenza. Una condizione dalla quale usciranno solo con la collaborazione di tanti. Ed è il tema del report del 2023. La cooperazione, la condivisione delle scelte con le comunità locali, la partecipazione democratica è la via da seguire per il riconoscimento universale del diritto all’acqua. Un processo che è possibile avviare a valle di una cultura che consideri l’acqua un valore, che è il tema proposto nel 2021, e della conoscenza delle dinamiche del pianeta e dei cambiamenti climatici, che è l’argomento centrato nel 2020.